C.Zaffarana
L’atto del donare non è banale!
Nella Francia degli anni ’20 esce un saggio destinato a rappresentare – fra ovvie e legittime critiche – una pietra miliare per l’antropologia: si tratta di Essai sur le don. Forme et raison de l’échange dans les sociétés archaïques dell’antropologo Marcel Mauss. In quest’opera si va ad indagare in modo sistematico il concetto di “dono” come operazione sociale fondamentale per i messaggi che porta con sé e quindi come uso e operazione che s’intreccia inevitabilmente con gli aspetti rituali impliciti ed espliciti che una cultura mette in opera per determinare i collanti sociali. Infatti, la teoria del dono, così come espressa da Mauss, porta alla luce non solo gli evidenti riverberi del do ut des – e quindi della costruzione o del consolidamento delle relazioni interne ed esterne ai gruppi – ma anche i peculiari elementi del divino, utili a creare una relazione specifica con l’elemento numinoso.

In quanto pratica sociale totale,[1]analizzare le dinamiche che caratterizzano il dono entro uno specifico panorama consente, in modo implicito, di gettare la luce anche su altre pratiche sociali, su altri usi e altre credenze. Quindi, capire cosa significa “donare” entro un determinato contesto, permette di capire molte altre cose di quel contesto: l’analisi del dono, insomma, denuda, se così possiamo dire, le reali dinamiche che sottendono a molti altri elementi caratterizzanti una società.
Nell’atto del dono, Mauss ravvisa tre componenti essenziali, ancora assolutamente vive nel contesto dei doni natalizi di cui ci vogliamo occupare: dare, ricevere e ricambiare. Ed è proprio su questa triplice componente che si va ad incardinare la citata teoria del “fatto sociale totale”.
Consideriamo, in primis, come la maggior parte delle relazioni umane si fondi sullo scambio: una forma di mutuo soccorso che getta le fondamenta dello stesso vivere sociale. Io ti dono qualcosa e tu mi donerai qualcos’altro e in questo scambio si crea una impalpabile alleanza, come se entro l’atto dell’oggetto scambiato si muovesse qualcosa di più sottile e impalpabile, che rappresenta un altro elemento fondamentale del dono.
Non meno utile in realtà, poiché non solo lo scambio di un bene è importante per garantire una mutua sopravvivenza ma anche le “relazioni”, la reciprocità, i legami tra gli individui. C’è un altro elemento che continua ad esistere anche se è meno percepibile oggi, nello scambio dei regali natalizi, così rigidamente regolato da logiche consumistiche: ricevere un regalo non implica necessariamente ricambiare il dono e anche qualora ciò sia necessario, non esistono regole ferree sulla modalità e sulla tempistica. Infatti, se pur non ricambiare un dono possa essere scortese o determinare una frattura relazionale e seppur ricambiare un grande dono con un dono modesto possa creare una situazione ambivalente, non esistono leggi che regolano, con conseguente sanzione, le modalità di ricambiare un dono. L’obbligo sussiste solo a livello morale e anche sotto questo punto di vista mette a nudo la concezione etico-morale propria di una società, quindi di un gruppo, quindi di una persona. Anche il non ricambiare un dono si fa portavoce di messaggi più sottili. Può ad esempio rimarcare un rapporto di forza o una gerarchia, può indicare l’aver “pareggiato” dei conti da parte del donatore.

Insomma l’atto del dono implica qualcosa che va ben oltre il mero valore dell’oggetto ma si colloca entro atti ritualizzati e sacrali e questo al di là della circostanza che può essere assolutamente “laica”: il concetto di sacro infatti non si rivolge esclusivamente alla specifica declinazione del “religioso”. Il “sacro” si mette in moto – diciamo così – ogni qual volta un’azione ha un ruolo simbolico oppure offre una lettura analogica o ancora non necessariamente e strettamente razionale. Dunque, quando si parla di “donare” si parla di svolgere un rito, un piccolo rito dalle altissime valenze, di compiere un atto che accoglie su di sé valenze, simboli e obblighi morali che infatti dipendono strettamente dalle persone, dai gruppi, dalle società e dalle culture e affondano le loro radici in codici comportamentali originariamente di matrice sacrale o addirittura religiosa.
All’origine dei regali che ci si scambia a fine Dicembre…
Si deve necessariamente parlare del periodo e non della circostanza (la celebrazione del natale cristico) in quanto l’uso di scambiarsi dei doni nel periodo coincidente con il Solstizioinvernale precede la diffusione del Cristianesimo e soprattutto la codificazione delle ritualità natalizie. A tal proposito bisogna chiamare “sul banco degli imputati” i Saturnali,ovvero quell’insieme di tradizioni dedicate al dio Saturno e celebrate dal mondo romano fra il 17 ed il 23 del mese di Dicembre.
Chi era Saturno e perché la sua festa porta con sé dei doni? E’ probabile che la parola derivi da un’ancestrale associazione fra questo dio e l’agricoltura e, quindi, fra la figura di Saturno ed il tema dell’Età dell’Oro – l’era miracolosa e felice caratterizzata dall’armonia fra l’Uomo e la terra. [2]Saturno è un antico e fertile padre dell’abbondanza, un simbolo, per estensione, del Bene inteso come concetto generale tratto dalla particolare necessità dei beni che offre la terra.

Dunque, per celebrare il dio Saturno e il ricordo dell’età aurea, si organizzavano grandi banchetti che portavano con sé generose elargizioni sotto la forma di un mundus inversus.[3] Nel corso di questi giorni festosi, era possibile trovarsi presso le case degli amici, dei famigliari, dei conoscenti per giocare e mangiare e anche per scambiarsi il “dono”:[4] la strena che, in lingua sabina, significa “salute” – simbolo, appunto, della corrispondente divinità della Sanitas. Esistono, per altro, splendide testimonianze iconografiche di questo uso, fra queste celeberrimo è il mosaico del calendario illustrato di El Djem: il mese di Dicembre e di Gennaio qui rappresentati da scene tratte dalle celebrazioni di Saturno mostrano anche e appunto lo scambio delle strenne (Ianuarius).
A differenza degli attuali doni natalizi, voleva la tradizione che si trattasse di uno scambio molto modesto, ad esempio, di alimenti e che questi fossero accompagnati da un pensiero scritto – che invece è proprio l’antenato del nostro bigliettino! Così, ad esempio, scriveva Marziale[5] :

“Queste rape che ti diamo, maturate nell’invernale gelo,
sono quelle che Romolo si mangia lassù in cielo”.
Piccola curiosità: anche per i Romani questo periodo richiedeva di mettere ampiamente mano alla borsa e poteva essere un problema. A mettere un freno all’eccesso nelle spese ci aveva provato, nel II secolo a.C., il politico Gaio Fannio Strabone attraverso una proposta di legge che imponesse di non superare la spesa giornaliera di cento assi (circa 150 Euro). [6]
Quindi, da sempre ci si fa il regalo?
La prima associazione fra Gesù e il 25 Dicembre si trova nel famosissimo Chronographus anni 354 ma, al di là della codificazione della nascita di Gesù e della sua progressiva diffusione ed accettazione, la pratica dello scambio di doni per commemorare la nascita del Cristo si colloca fin dalle origini al di fuori dei confini delle speculazioni teologiche e ricade all’interno del folklore cristiano – ben più autorizzato, per sua natura, alla ripresa ed all’adattamento di precedenti pagani.
L’accostamento dell’elemento folkloristico a quello religioso è importante da rimarcare, nonostante rimanga piuttosto famosa la giustificazione del dono natalizio in accordo con i doni dei Re Magi.[7]

Il regalo “invernale”, quindi – soprattutto quello dei primi di Gennaio – rientra in quell’ampia pratica celebrativa che si andrà ad associare ad elementi come, ad esempio, la decorazione delle case e delle Chiese con il vischio o con l’edera (pratica sicuramente testimoniata a partire, almeno, dal XII secolo), i festeggiamenti a base di birra e vino, il gioco dei dadi e soprattutto le elargizioni caritatevoli (elemento, quest’ultimo, che ha importanti relazioni anche con la creazione della figura di Babbo Natale e della sua associazione con San Nicola). Tuttavia, nel corso di quasi tutto il Medioevo, il Natale non rappresentò mai ciò che rappresenta oggi per noi, che siamo figli – come vedremo – dell’Età Vittoriana e una grande parte della popolazione non festeggiava per nulla questa ricorrenza.

Il dono, si diceva, si veste nel corso dei secoli dell’essenziale carattere della carità, dell’elargizione a chi patisce il freddo e la fame, a chi dipende più di altri dalla natura imprevedibile e, in quanto atto di “bontà”, continua a mostrare il suo valore simbolico nell’ideazione contemporanea – dai molteplici usi – del Natale che fa “tutti più buoni”.
Nonostante questo afflato di bontà e virtù e anche se, dopo il 1534 la Chiesa Anglicana aveva continuato a festeggiare questo momento, il rapporto fra le tradizioni natalizie ed i Cristiani più rigorosi non fu piano e semplice, soprattutto dopo la fine del Medioevo, con le più acute crisi in seno al Cristianesimo, la Riforma, la Controriforma e il farsi strada di un clima religioso decisamente più pesante e intollerante.
Nel 1647, William Bridge, sindaco di Canterbury, aveva gettato in prigione un negoziante che aveva deciso di festeggiare il Natale chiudendo bottega; la gente non aveva affatto gradito e ne era seguita una vera e propria rivolta. Il punto è che i Puritani, ad esempio, vedevano nel Natale il trionfo di tutto ciò che volevano combattere: il paganesimo, ad esempio, e anche il Cattolicesimo. [8]
Nel 1645, i Puritani parlamentari – che governavano l’Inghilterra – sostanzialmente vietarono tutte le tradizioni di Natale con il Directory of Public Worship prima e con l’impiego dei soldati poi. L’austerità puritana non poteva averla vinta a lungo e con la fine di Oliver Cromwell l’Inghilterra si riprese anche il folklore natalizio e se lo riprese così bene da trasformarsi nel cuore pulsante degli usi propri del Natale contemporaneo…anche se qualche tempo dopo…con la Regina Vittoria.

E’ infatti proprio con Vittoria che si stabiliscono o si rafforzano una serie di tradizioni che anche per noi – come, ormai, per mezzo mondo! – sono ormai elementi imprescindibili delle festività natalizie: compresi i regali.
E’ vittoriano, insomma, il natale “che ci piace”, tutto Albero e decorazioni, con quei piccoli e attesissimi doni destinati a rimanere impressi nell’immaginario più felice dell’infanzia …e anche con i negozi che si adoperano per proporre possibili regali agli indecisi! Nacque addirittura il Boxing Day, attualmente in declino: si tratta dell’uso, posto al 26 di Dicembre, di offrire una serie di doni alle persone meno abbienti, ponendo in una grande scatola avanzi di dolci o piccoli pensieri (e anche i frutti del riciclo di doni non graditi…).
In conclusione: il dono natalizio, comunque lo si voglia interpretare, possiede una radice ancestrale dalle altissime valenze simboliche e rituali; caratterizzato da alterne fortune nel contesto strettamente cristiano per la sua ambigua origine, si è fatto strada nel cuore della gente che non intende rinunciare a questa dicembrina e rasserenante tradizione …e ognuno, infondo, ci vede quel che desidera vederci…sia esito di una inconscia proiezione della più antica forma del “dono” come marca affettiva e sociale che del desiderio di “illuminare” la notte più lunga e fredda dell’anno attraverso una tradizione antichissima e comunque di deciso impatto religioso – cristiano o pagano che sia.

Bibliografia:
A.C. Bertino, La concezione del dono di Marcel Mauss e il suo significato per la filosofia in “Margini della filosofia contemporanea. Studia humaniora ; volume VIII, Napoli : Orthotes, ottobre 2013; Casalini.
F. Coarelli, I templi dell’Italia antica; 1980.
G. Cocchiara, Il mondo alla rovescia, Bollati Boringhieri; 2015.
G. Dumézil, La religione romana arcaica; 1966.
J. G. Frazer, Il ramo d’oro; 1911.
M.Mauss, Saggio sul dono, Einaudi; 2002.
S. Nissenbaum, The Battle for Christmas: A Cultural History of America’s Most Cherished Holiday, Vintage; 1997.
D. Sabbatucci, La religione di Roma antica; 1988.
J.L.Singman, Daily life in Elizabethan England, Greenwood; 1995.
J. A.Wagner, Historical Dictionary of tge Elizabethan World, Checkmark Books; 2002.
[1] Definizione messa a punto da Marcel Mauss a partire dalla ricostruzione delle pratiche di “dono”: indica fenomeni della vita sociale che, pur specifici, appaiono tuttavia in relazione con tutti gli altri, rendendo possibile attraverso la loro analisi la lettura complessiva di un’intera società. Per approfondimenti sull’importanza del concetto di fatto sociale si vedano ad esempio: A.C. Bertino, La concezione del dono di Marcel Mauss e il suo significato per la filosofia in “Margini della filosofia contemporanea. – ( Studia humaniora ; volume VIII) – Napoli : Orthotes, ottobre 2013; Casalini.
[2] Vedi, ad esempio: Le opere e i giorni, 109 ss. 271b-d, II. 111-126
[3] Tema importante anche per la collocazione dei Saturnali all’interno del percorso di ricostruzione della genesi del Carnevale. Cf. G. Cocchiara, Il mondo alla rovescia, Bollati Boringhieri; 2015. Il tema del “mundus inversus” è molto importante e caratterizza l’immaginario collettivo di svariate società. Consiste, essenzialmente, nella esibizione o addirittura celebrazione di tutti quegli elementi che rovesciano l’ordine accettato quale primario collante. Si manifesta dunque nel rovesciamento – ovviamente temporaneo – di relazioni, ruoli, obblighi o addirittura nella narrazione, in forma di immagini o rappresentazioni, di impossibilia e mirabilia.
[4] Lo scambio dei doni fra i famigliari avveniva, usualmente, il 20 dicembre davanti all’Altare dei Lari, dopo preghiere e libagioni.
[5] Attivo nel I secolo
[6] Cf. Notti Attiche; XIV. 3.
[7] Ricordiamo, a riguardo, l’importanza di Leone Magno prima e di Francesco con il Presepe di Greccio, nel 1223.
[8] S. Nissenbaum, The Battle for Christmas: A Cultural History of America’s Most Cherished Holiday, Vintage; 1997.

Lascia un commento