Lode delle emozioni scomode I – PAURA

Corinna Zaffarana

Parte I – Paura

La paura genera sofferenza, instabilità, può creare perdita di lucidità, senso di impotenza e, soprattutto, può rendere inefficienti: per questo è stata fra le emozioni più odiate e vituperate.

In modo estremamente efficace si è addirittura operata una sostituzione semantica che ha negato alla paura la sua dimensione ontologica: è stata ribattezzata vigliaccheria. Non più, dunque, un’emozione primaria, ma una reazione sgradita che diventa colpa sociale e difetto morale. Caso forse unico, la paura è stata negata nella sua dimensione originaria e sostituita a una reazione ritenuta indegna e ripugnante.

Dunque fingi. Fingi con te stesso, soprattutto. E pretendi la stessa finzione dagli altri, mi raccomando, se no l’utile cerchio si spezza.

La paura però esiste. E soprattutto serve. Serve a individuare una minaccia e un limite. Ha un oggetto identificabile, concreto, circoscritto. È una risposta mirata e precisa: orienta l’attenzione, prepara il corpo, restringe il campo per aumentare la probabilità di sopravvivenza. È proporzionabile e verificabile, dunque può essere risolta.

La vigliaccheria, viceversa, è una scelta e, nello specifico, è la scelta di non agire mentre il coraggio è azione nonostante la paura.

Eh sì, senza la paura non esiste il tanto lodato coraggio. Senza paura esiste, se mai, imprudenza o inconsapevolezza. E senza chiara percezione e serena ammissione delle proprie paure esiste, non raramente, una forma diffusa ed esistenziale di vigliaccheria.

Non c’è crescita nell’affrontare ciò che non si teme, non c’è trasformazione dove non c’è rischio: è il confronto con ciò che spaventa che richiede sforzo, ridefinizione, cambiamento.

Altro campo di gioco – e va distinto – è l’ansia: attivazione senza bersaglio. Una voce che non informa ma generalizza, anticipa, amplifica. La paura protegge e si spegne quando il pericolo viene affrontato o scompare. L’ansia, invece, tende a permanere perché non ha un oggetto da risolvere.

Una cultura che pretende l’assenza di paura e la scambia per vigliaccheria produce repressione e la sterile esibizione di una forza di cartapesta.

Una cultura che nega la paura finisce per moltiplicare minacce astratte, producendo ansia diffusa. Del resto, noi viviamo immersi in rischi statistici, proiezioni, scenari globali, catastrofi potenziali e il nostro sistema neurobiologico è progettato per reagire a minacce immediate e concrete, non a flussi costanti di possibilità negative. Il risultato è un allarme cronico senza evento. Una tensione di fondo che non trova mai scarico e si trasforma in mille altre maschere inutili.

Abbiamo demonizzato la paura sana e normalizzato l’ansia; abbiamo giustificato la vigliaccheria cronica che rende incapaci di ammettere e affrontare i propri limiti e deriso la netta percezione di un pericolo. Forse perché, in fondo, fa più comodo così…a noi, agli altri, alla società.

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