Corinna Zaffarana
Parte II
Rabbia
La rabbia non è un difetto del carattere e non è un marchio morale. È un’emozione – primaria, e come tale, non ha valore etico intrinseco.
Sicuramente la rabbia è terribilmente scomoda sia per chi la riceve che per chi la attraversa e proprio per questo diventa il luogo ideale della proiezione: bassezza, scarto etico, misura di immaturità intellettuale o – nella versione più sofisticata – arretratezza spirituale.
Poiché la rabbia è sorellina del dolore, l’urgenza della sua rimozione – propria o altrui – deve ammantarsi in modo straordinariamente efficace e quindi adotta l’abito da festa:parole virtuose; ideazioni luminose. Evoluzione. Consapevolezza. Centratura.
Ma il messaggio implicito è molto più semplice e lineare: abitare la rabbia è faticoso, sentirla è doloroso, riceverla è destabilizzante…quindi per favore, potresti non provarla? Grazie.
La realtà, come sempre, è poco elegante…
La rabbia è un sistema di segnalazione. Si attiva quando percepiamo una violazione: di confini, di giustizia, di integrità. Si attiva quando sperimentiamo impotenza.

Si attiva nel lutto, quando l’onda nera e densa della perdita è così travolgente che non trova forma.
Perché la rabbia è essenzialmente energia orientata alla protezione: senza rabbia non esisterebbe difesa, né ridefinizione dei limiti. In alcuni casi non esisterebbe nemmeno l’iniziativa. Senza rabbia resta solo l’adattamento passivo…oppure l’assenza di risonanza emotiva.
Assistere a chi non si arrabbia mai, neppure di fronte a una violazione evidente, non indica necessariamente assistere a una performance di saggezza: potrebbe significare assistere a repressione, dissociazione, anestesia affettiva.
Invece, assistere ai proclami autocelebrativi di assenza di rabbia significa, banalmente, assistere a una menzogna maldestra.
Il problema, più articolato, più sfumato, più impegnativo, non è provare o non provare rabbia ma saperla abitare.
Abitare la rabbia non significa giustificarla; scaricarla o trasformarla in identità. Significa tollerarne l’attivazione senza negarla e, al contempo, senza esserne governati.
La rabbia è un picco fisiologico: accelera il battito, irrigidisce il corpo, restringe il campo attentivo. Se la si espelle immediatamente, diventa aggressione. Se la si reprime, diventa sintomo o risentimento cronico. Abitarla significa sostare in quel picco abbastanza a lungo da capirne il messaggio.
Scomodissimo: siamo tutti d’accordo. Perché genera domande: qual è la violazione? Dov’è l’impotenza? Quale confine è stato oltrepassato? Cosa possa fare ora, concretamente?
La rabbia, nella sua forma primaria, è informazione e stare ad ascoltare informazioni complesse richiede una certa disponibilità e una certa competenza. Richiede regolazione fisiologica – riportare il corpo a una soglia gestibile – e richiede elaborazione cognitiva. Richiede di sapersi accettare nel caos, nella imperfezione e nella fragilità. Eh sì, perché la rabbia spesso protegge un’emozione più vulnerabile. Ancora più antipatica:umiliazione, paura, perdita…Se la si demonizza, si impedisce l’accesso a ciò che sta sotto. Se la si integra, diventa porta.
Abitare la rabbia è un atto di responsabilità, non di indulgenza. Significa riconoscere l’energia senza delegarle il comando. Significa, infine, avere il coraggio di usarla per ridefinire limiti, senza distruggere legami.

Questa faccenda, così complessa, così indubbiamente scomoda, si chiama adultità.

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