di Lorenzo Speltoni
“Che cos’è la musica? Che cos’è la poesia? Che cosa la mitologia? Domande, tutte, sulle quali non si può fare alcuna considerazione, senza aver di già un rapporto reale con il loro oggetto. Ciò è naturale e s’intende da sé. Non lo è, però, nel caso di un rapporto con la mitologia. Le stesse grandi creazioni mitologiche dovrebbero far capire all’uomo d’oggi come egli si trovi in questo caso di fronte ad un fenomeno che <per profondità, durata e universalità è paragonabile soltanto alla natura stessa>.1
La vita, si sa, è un continuo susseguirsi di momenti di passaggio da uno stato di percezione all’altro, una perfetta quanto spietata metamorfosi la cui indomabile natura ci costringe, che noi lo si voglia o meno, a varcare sempre nuove soglie, ad entrare in nuove stanze, alcune terribili, altre rasserenanti. La nostra intera esistenza è un rito di passaggio a qualcosa di
successivo, di nuovo o di estraneo alla percezione quotidiana.

E così, nel corso della nostra storia, ci siamo specchiati nel poderoso andamento
dell’universo, e nel ritmo dell’esistenza abbiamo scorto anche il riflesso della nostra stessa natura, riconoscendo in noi la stessa funzionalità dei principi che regolano i moti universali.
Da questa sublime osservazione nacque in noi il Supremo, l’incontrollabile desiderio, anzi, l’imprescindibile necessità di ritualizzare il nostro cambiamento e di conseguenza anche quello della vita che straripava attorno a noi. E dunque apparve nel nostro cosciente agire il Rito di passaggio. Sì, perché ogni rito è un rito di passaggio, in quanto esso sancisce lo spostamento da una dimensione della coscienza ad un’altra, in qualsiasi situazione. È la
capacità di tracciare una linea di confine attraverso l’esaltazione dei propri sensi e del proprio intelletto. E così l’esercizio del meta-pensiero portò alla distinzione delle due grandi realtà che governano la nostra apparizione nel mondo: sacro e profano.

Il mondo profano, quello della logica e della razionalità che regolamenta le nostre azioni con ferrea inclinazione alla comprensione come metodo sequenziale e lineare, viene contrapposto a quello sacro, ovvero il reame dell’analogico, del sogno, dell’irrazionale, dell’inconscio e del meraviglioso. Due dimensioni diverse fra loro a cui bisogna accedere con diverse parti di sé.
“Ogni mutamento di situazione dell’individuo viene a comportare dunque delle azioni e delle reazioni tra il profano e il sacro; queste azioni e reazioni devono essere appunto regolamentate e controllate (…) persino nella vita dell’universo esistono tappe e momenti di passaggio, avanzamenti e fasi di arresto relativo, interruzioni. È necessario perciò anche
riconnettere le cerimonie dei passaggi cosmici alle cerimonie di passaggio umane.”2
Tra gli innumerevoli e sfaccettati passaggi fisici o metafisici, ve ne è uno il cui potere scaturito dalla sua liminalità ci imprigiona fin dall’alba dei tempi: la morte.
La morte ha per sua stessa natura una dimensione di tabù. Ma che cos’è veramente un tabù?
Contrariamente alla comune opinione, non si tratta di un divieto di qualche genere, né tanto meno di un’azione, di un pensiero o di un oggetto che sia in qualche modo sconveniente aqualche norma. Tabù è un confine che separa il profano dal sacro, e di conseguenza impedisce al sacro di travalicare i limiti del profano, ove non potrebbe avere altro volto che
quello della pazzia.

“Tabù: limite invalicabile che separa e – soprattutto – difende il profano dal sacro. Il Tabù, in particolare, è ciò che difende la ragione dalla follia e dunque, tutela l’ordine dal caos.”3
Va da sé, dunque, che la dimensione di questo confine tiene cuciti insieme due mondi, separandoli al tempo stesso. In questa peculiare dimensione non vi si può accedere se non attraverso un’apposita chiave: il rito, naturalmente, che consente all’iniziato (qualsiasi sia la
sua espressione del sacro) di divenire egli stesso un essere liminale, un pontefice, capace di unire i due reami:
“Il valore dei confini che definiscono le diverse parti del mondo interiore è consolidato dal rito, sia nel suo valore di passaggio che in quello di proibizione. Ecco perché qualsiasi rito è – come si diceva – un rito d’Iniziazione, perché deve necessariamente creare una tripartizione spazio-temporale:
– lo spazio dell’uomo comune, corrispondente alla vita quotidiana e quindi alla necessità di
comprendere le leggi della causa e dell’effetto. È lo spazio della ragione, dell’analisi e
della classificazione
– lo spazio dell’uomo sacro, corrispondente alla vita onirica e immaginativa e quindi alla
capacità di slegarsi dai limiti di tutto ciò che è finito e definito. È lo spazio dell’intuizione,
dell’analogia, del simbolo
– il tabù: lo spazio liminale; l’indifferenziato in cui si annulla appunto la differenza fra
sacro e profano.”4
Sostanzialmente, come specie ci spinge l’obbligo idealistico di trasmutare il terrore dell’ignoto oblio in un simbolo conosciuto e conoscibile; desideriamo erigere una ritualità
capace di significare il momento più intenso e reale dopo la nascita, ovvero la fine.
Paradossalmente, di entrambe le esperienze non vi è la possibilità di una descrizione cosciente, motivo per cui il rito diviene un mezzo dal potere inaudito, capace di dare carne all’astratto terrore ancestrale che nidifica nel nostro inconscio. Aveva ragione l’antropologo Ernest Becker quando disse “l’uomo è Verme e Dio; un Dio con un ano che produce
flatulenze…”.
Questo è il miracolo dell’umana natura, capace di raccogliere il peso di una vita cinica, sporca, viscerale e sanguinolenta e modellarla con foga spirituale, con illuminata ossessione, fino a rigenerarla, nuova esistenza mitizzata, sacralizzata.
Innumerevoli volte l’archetipo dell’eroe fonda la sua virtù sul superamento della morte – immortalità e deificazione – o comunque sul doverla affrontare con lo scopo di imparare ad evolversi. Nel senso iniziatico, la morte è fondamentale, perché l’Iniziato, l’eroe, ad un
certo momento dovrà morire simbolicamente per poter rinascere purificato. È il viaggio introspettivo per antonomasia, la distruzione dell’illusione che lascia spazio alla verità per poter nascere e fiorire nel cuore del ricercatore della Perfetta Bellezza.In molte culture del passato e del presente la morte sancisce un momento di valutazione: il modo in cui abbiamo vissuto verrà giudicato e determinerà ciò che ne sarà di noi dopo il trapasso: la psicostasia. Questo pensiero è particolarmente legato alla religione egizia, la cui credenza racconta di come il defunto dovrà sottoporsi ad una prova: il suo cuore verrà pesato su una bilancia e, a fare da contrappeso sul piatto opposto, vi è la piuma di struzzo della dea Maat, l’incarnazione della Giustizia. Un Cuore Puro peserà meno della piuma. Ma un cuore corrotto, invece, sarà più pesante, e la punizione per questa mancanza, secondo gli egizi, era di essere divorati dalla creatura Ammit, un bestia leggendaria con testa di
coccodrillo, busto di leone e parte inferiore di un ippopotamo.
Il Cuore Puro.

Al di là delle credenze religiose, il significato simbolico racchiude in sé una potenza ancestrale e poetica, un insegnamento di capitale importanza per chiunque sia alla ricerca di un brillio nelle nebbie del tempo e dello spazio, un prodigio endogeno capace di redimere la viscosa fatica di un mondo complesso e sentimentalmente paludoso. L’Etica è l’unico rimedio all’imperturbabile potenza dell’archetipo della morte. Non per una superstiziosa credulità nel pensare di poterla aggirare o sconfiggere, ma per poter tracciare, come tatuaggi sullo spirito, i confini sacri dei nostri significati del vivere. Etica come addestramento al tabù, che ci permette di sviluppare un meta-pensiero non sulla morte, ma sul nostro darle un
senso. Non importa se ogni idea in merito è per sua stessa natura un’illusione chimerica,
poiché la significazione della morte non dona senso all’oggetto in sé , che è inconoscibile in quanto azione di passaggio e non traguardo di alcun genere, ma dona significato alla vita, che al contrario è totalmente, meravigliosamente, potentemente esperibile.
Eticamente, noi moriamo ogni giorno in quanto esseri senzienti, la cui natura è eternamente volubile. Noi moriamo ogni giorno ed ogni istante, per permettere al senso della vita di esprimersi, esattamente come il fuoco esiste consumando, istante per istante, il legno che
brucia.
Per questo un iniziato vive immerso nel Senso delle Cose: egli/ella brucia costantemente ciò che è per permettere al Sacro di divampare nel qui ed ora.
“Chi sia giunto anche solo relativamente alla libertà della ragione, sulla terra non può
sentirsi altro che un viandante, anche se non un viaggiatore diretto verso un’ultima meta,
che non c’è. Ma egli ben vuole guardare, e tener gli occhi aperti su tutto quel che veramente accade nel mondo; per questo non gli è consentito unire troppo strettamente il suo cuore a
nessuna cosa particolare; dev’esserci in lui stesso qualcosa di nomade, che gioisca del mutamento e della provvisorietà. Certo, per un tale uomo giungeranno cattive notti, in cui sarà stanco e troverà chiusa la porta della città che dovrebbe offrirgli riposo; e forse, oltre
a ciò il deserto giungerà sino a quella porta, come in Oriente, e gli animali da Preda urleranno ora lontano ora vicino, e si leverà un forte vento, e i ladri gli ruberanno le bestie da tiro. Allora la notte terribile calerà per lui sul deserto come un secondo deserto, e il suo cuore sarà stanco di peregrinare.. Ma quando si leverà il sole del mattino, rosseggiante come una divinità della collera, la città si aprirà, e nel volto degli abitanti egli vedrà forse ancor più deserto, sporcizia, inganno, insicurezza che davanti alle porte e il giorno sarà quasi peggiore della notte. Questo potrà ben succedere una volta al viandante; ma poi giungeranno a ricompensarlo i gioiosi mattini di altri paesi e di altri giorni, in cui già nel grigiore della luce egli vedrà passar danzando accanto a sé, nella nebbia dei Monti, gli
sciami delle Muse, e in cui poi, quando silenzioso, nell’armonia mattutina dell’anima, egli
passeggerà sotto gli alberi, dalle vette e dai recessi delle fronde gli cadranno intorno solo
cose belle e chiare, dono di tutti quegli spiriti liberi che stanno sul monte, nel bosco e nellasolitudine e che, come lui, nel loro modo ora gioioso ora meditabondo, sono viandanti e filosofi. Nati dai misteri dell’alba, essi meditano come mai il giorno possa avere, tra il decimo e il dodicesimo tocco, un volto così puro, così trasparente, così serenamente
radioso: essi cercano la filosofia del mattino.”5
Note
1 K. Kerényi, Prolegomeni allo studio scientifico della mitologia, Bollati Boringhieri,
Torino 2021, p. 13
2 A. Van Gennep, I riti di passaggio, Bollati Boringhieri, Torino 1992, p. 5 – 6
3 C. Zaffarana, LA porta e il Tabù, Ester, Torino 2021, p. 18
4 Ivi Zaffarana, p. 29
5 F. Nietzsche, Umano, troppo umano, Newton, Roma 1990, p. 225 – 226

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