E’ tornato il tempo di chiedere – Il Graal come Simbolo di Trasformazione Interiore

Di M.Forgione

Premessa metodologica: il presente contributo adotta un approccio simbolico-ermeneutico, nel quale la citata “dimensione iniziatica” non è ovviamente da intendersi in senso dottrinario o confessionale, bensì come metafora epistemologica della trasformazione del soggetto conoscente.

«L’uomo è misura di tutte le cose, di quelle che sono in quanto sono, di quelle che non sono in quanto non sono»

Teeteto 152a

Nel celebre poema medievale Parzival¹ di Wolfram von Eschenbach, composto
tra la fine del XII e l’inizio del XIII secolo, il giovane eroe giunge alla corte del Re
Pescatore, custode del Graal e afflitto da una ferita che lo condanna a una sofferenza perenne. Tale ferita non è soltanto fisica, ma simbolica: essa rappresenta una lacerazione dell’ordine cosmico e spirituale, una disarmonia che si riflette sull’intero regno. Secondo la logica iniziatica del racconto, la guarigione del re — e con essa la restaurazione dell’ordine — dipende da una domanda² che Parsifal dovrebbe formulare al cospetto del Graal. Tuttavia egli tace, o pone una domanda inadeguata, e questo fallimento produce conseguenze decisive.³ La scena non va interpretata come una semplice omissione narrativa, bensì come l’espressione di un nodo centrale della conoscenza simbolica: la domanda non è un atto formale, ma il risultato di una trasformazione interiore.

Parsifal non fallisce perché ignora quale domanda formulare, bensì perché non ha ancora compreso chi egli sia e perché stia cercando il Graal.⁴ Egli non ha ancora raggiunto quel livello di consapevolezza che rende possibile l’atto interrogativo autentico. Da quel momento, scoraggiato e umiliato da Kundry⁵ (la messaggera del Graal), egli vagherà senza meta per quattro anni e mezzo prima di risolvere il dilemma.

In Platone, e in particolare nel Teeteto e nel Menone, la conoscenza non
viene mai trasmessa come un contenuto già dato, ma emerge attraverso il dialogo e la maieutica: l’arte del domandare precede e fonda la possibilità stessa della verità.
Socrate non offre risposte definitive; egli guida l’interlocutore a generare la propria domanda, poiché solo una domanda interiormente necessaria può condurre a una conoscenza viva. La maieutica socratica non è una tecnica dialettica tra le altre, ma un metodo di generazione della verità attraverso l’interrogazione. Il termine, che significa “arte dell’ostetricia”, indica che la conoscenza non viene trasferita dall’esterno: viene fatta nascere nell’altro. Per Socrate l’anima è gravida di possibilità non ancora espresse; il compito del filosofo è favorire il travaglio della domanda, non esibire risposte. La maieutica procede per scarti successivi: smonta false sicurezze, attiva il pensiero critico, costringe l’interlocutore a pensarsi mentre pensa. Non produce un sapere enciclopedico, ma un sapere trasformativo: chi apprende non riceve un contenuto, diventa responsabile del proprio processo di comprensione. La verità è un parto difficile, e la domanda è la sua prima doglia.

In epoca contemporanea, Hans-Georg Gadamer ha radicalizzato questa
intuizione, affermando che «ogni comprensione autentica è risposta a una domanda».


Nella sua opera Verità e metodo, Gadamer sottolinea come la domanda non sia un semplice strumento preliminare, ma la vera struttura portante dell’atto ermeneutico.
Comprendere un testo, un simbolo o un evento significa lasciarsi interrogare da esso, riconoscendo che la risposta non è mai definitiva, ma sempre situata storicamente ed esistenzialmente. Gadamer sposta l’asse della conoscenza dall’oggettività astratta all’evento della comprensione, che accade sempre tra un soggetto e una tradizione vivente. La domanda, lungi dall’essere un semplice innesco logico, è l’apertura che permette al testo di diventare interlocutore attivo, quasi un “tu” dialogico. Ogni risposta interpretativa è quindi storicamente incarnata, inseparabile dall’orizzonte di attese, pregiudizi fecondi e linguaggi che il soggetto porta con sé. Per questo la comprensione non è mai un’acquisizione, ma un processo che trasforma chi comprende e si rinnova a ogni nuova domanda autentica.

È su questa linea che risuona anche l’osservazione di Italo Calvino:
«Di una città non godi le sette o le settantasette meraviglie, ma la risposta che essa dà a una tua domanda». La città, come il simbolo o il mito, non possiede un significato oggettivo e universale: risponde allo stadio interiore di chi interroga. Da questa dinamica discende un principio cruciale: nessuno può pensare, domandare o rispondere al posto di un altro quando l’interrogativo tocca i fondamenti dell’esistenza. Le risposte che provengono dall’esterno — anche quando autorevoli, lucide e ben argomentate — possono offrire un orientamento, delineare un metodo, o indicare un orizzonte di senso, ma non possono mai sostituire l’atto personale della comprensione. Esse funzionano come mappe provvisorie, non come territori esperiti: mostrano una direzione, ma non la percorrono; aprono un varco, ma non lo attraversano. In questa prospettiva, l’errore di Parsifal non rappresenta un tradimento della sua promessa iniziatica, ma la sua condizione di possibilità. Il fallimento non nega il percorso: lo prepara. Parsifal deve perdere l’appoggio delle certezze esterne e sperimentare il disorientamento affinché la sua domanda possa nascere da un luogo non derivato, non imitato, non ricevuto, ma necessario. È proprio nell’attrito con l’incertezza che il pensiero si affila: nel vuoto lasciato dalle risposte già pronte, la voce interna trova la sua prima forma; nella caduta delle sicurezze, la domanda diventa atto e rischio, non formula.

Così, la risposta non conclude mai davvero il cammino: lo rilancia come nuova soglia interrogativa. La questione non è soltanto che cosa chiediamo, ma da dove la domanda scaturisce: da quale postura della coscienza, da quale grado di responsabilità verso la verità che essa potrebbe dischiudere, e da quale disponibilità a lasciarsi trasformare da ciò che si sta per comprendere. La comprensione autentica non accumula, modifica; non archivia, riscrive chi la formula; non conquista un sapere, espone a un destino. È in questo punto d’incrocio — tra conoscenza, simbolo e responsabilità — che si gioca la possibilità di una trasformazione non superficiale, non retorica, non dichiarata, ma reale, capace di riverberare dall’individuo alla comunità, dall’immaginazione al pensiero, e dal pensiero all’azione.

Note

¹ Parzival – il cui nome è originario della lingua germanica e si può tradurre in
“portatore di lance” o “colui che trafigge” – è un personaggio leggendario, discendente di Titurel e padre di Lohengrin, le cui gesta furono argomento di numerosi poemi. Tra le elaborazioni più famose vi è il Perceval ou li conte dou Graal di Chrétien de Troyes. A esso si ricollega almeno in parte il Parzival di Wolfram von Eschenbach, una delle maggiori opere dell’epica cortese germanica.

² Nel Parzival, la domanda non è semplicemente un atto linguistico, ma un atto
iniziatico. In molte tradizioni simboliche, la conoscenza autentica non si trasmette per accumulo di risposte, bensì attraverso il superamento di soglie interiori. La domanda giusta coincide con il momento in cui il soggetto è pronto a sostenere la verità che essa dischiude.

³ Il silenzio (o l’errore) di Parsifal non indica mancanza di compassione, bensì
immaturità interiore. Egli non è ancora in grado di assumersi la responsabilità conoscitiva implicita nella domanda. In questo senso, il poema suggerisce che non esiste conoscenza senza responsabilità, e che ogni domanda autentica implica un rischio trasformativo per chi la formula. Questo aspetto consente una lettura iniziatica sobria: la domanda è una soglia, non un mezzo. Attraversarla significa esporsi a una metamorfosi.

⁴ Qui il Graal può essere inteso — senza forzature esoteriche — come principio di totalità: non un oggetto da possedere, ma un centro simbolico che richiede un mutamento dello sguardo. La ferita del Re Pescatore rappresenta allora una frattura dell’asse che unisce l’umano al trascendente; la sua guarigione dipende non da un gesto eroico, ma da un atto di consapevolezza.

Kundry è una figura complessa che appare in varie versioni delle storie del Graal, inclusa quella di Wolfram von Eschenbach (Parzival). È spesso descritta come una messaggera del Graal, ma anche come una peccatrice maledetta o una maga, una sorta di figura sciamanica.

⁶ In termini junghiani, il simbolo non va “spiegato”, ma vissuto. Carl Gustav Jung ha più volte sottolineato come il simbolo autentico non offra una risposta univoca, ma apra uno spazio di trasformazione psichica: esso interroga l’individuo e lo costringe a confrontarsi con il proprio processo di individuazione.

RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI:

Fonti primarie

Eschenbach, Wolfram von. Parzival. A cura di Karl Lachmann. Traduzioni italiane varie (ed. consigliata: trad. di Anna Maria Carpi, Milano: Adelphi).

Filosofia ed ermeneutica

Betti, Emilio. Teoria generale dell’interpretazione. Milano: Giuffrè.

Gadamer, Hans-Georg. Verità e metodo. Milano: Bompiani.

Heidegger, Martin. Che cos’è la metafisica? In traduzioni italiane varie.

Corbin, Henry. L’immaginazione creatrice nel sufismo di Ibn ʿArabī. Traduzioni italiane varie.

Psicologia del simbolo e studi sul Graal

Coomaraswamy, Ananda K. Simbolismo cristiano e orientale. Traduzioni italiane varie.

Franz, Marie-Louise von. L’interpretazione delle fiabe. Milano: Adelphi.

Jung, Carl Gustav. Tipi psicologici. Traduzioni italiane varie.

Jung, Carl Gustav. Simboli della trasformazione. Traduzioni italiane varie. Milano: Bollati Boringhieri.

Jung, Carl Gustav. Psicologia e alchimia. Traduzioni italiane varie.

Jung, Emma, e Marie-Louise von Franz. La leggenda del Graal. Milano: Bollati Boringhieri.

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