La psicologia collettiva è una vera e propria infrastruttura economica.
Non è l’economia a seguire la morale della massa: è la morale della massa che, in modo straordinariamente docile, si piega per rendere l’economia plausibile a se stessa.
Se si accetta questo paradigma è possibile osservare la società e tentare di analizzare in senso predittivo alcune emergenze incrociate.
Naturalmente – sia chiaro – quando si parla di psicologia collettiva e morale di massa si parla, appunto, di psicologia collettiva (non individuale) e di morale di massa (non soggettiva).

E’ anzi il soggetto, entro questo esercizio di analisi predittiva, a doversi sollevare dall’uomo-massa per osservarne attraverso le virtù individuali e soggettive quei movimenti coordinati e omologati che si fanno segnali del processo storico ed economico.
Con la rivoluzione industriale, l’“io” — nato nel mondo ellenistico e maturato nel cristianesimo — si trasforma nel mito dell’homo faber. L’etica protestante, come aveva intuito Weber, aveva già preparato il terreno: il lavoro come vocazione, il merito come grazia, la povertà come colpa.
Quando arriva la fabbrica, questo io redento attraverso l’opera diventa il motore del nuovo capitalismo: l’uomo non lavora più per Dio, ma per il progresso. La fabbrica secolarizza la salvezza.
La borghesia erige così la prima grande religione laica del dovere.
Ma il modello del lavoratore devoto non basta a sostenere la società di massa.
Nel Novecento, il sistema deve creare un individuo più visceralmente collegato al consumo: dall’uomo produttivo si passa all’uomo desiderante.
Con il benessere e la produzione di massa, il cittadino che lavora deve anche comprare ciò che produce.

E per comprare deve sentirsi incompleto (così desidera), meritevole (così si concede), unico (così si differenzia attraverso il consumo).
Nasce l’individuo narcisista — non come deviazione patologica, ma come ingranaggio economico: più ti ami, più spendi.
La pubblicità non vende oggetti: vende identità riscattate attraverso il possesso transitorio degli oggetti.
Il consumo diventa una forma secolarizzata di redenzione personale.
Poi l’economia muta di nuovo, e con essa l’uomo.
Nel postmoderno, la società dei beni si trasforma in società dei servizi: il cittadino-consumatore deve restare bambino, per poter essere costantemente accudito.
Così nasce il mercato dell’affetto — il più redditizio di tutti — dove l’individuo frammentato cerca conforto, protezione, comprensione.

Le aziende parlano come genitori: “Te lo meriti”, “Sei speciale”, “Credi in te”.
Anche la scuola, la sanità e i social network adottano questo tono materno, dispensando un amore sintetico che appaga ma non guarisce. Il dolore non va attraversato: non conviene a nessuno.
L’adolescenza permanente diventa la condizione ideale della docilità economica.
Ma ogni paradigma, a un certo punto, si satura. Il modello narcisista mostra la sua inefficienza entro una società indebitata e in declino economico. L’esaltazione della fragilità come moneta morale — più soffri, più sei buono — è sostenibile solo in contesti di opulenza. Quando il welfare si aziendalizza e lo Stato si trasforma in fornitore di servizi, il cittadino diventa cliente. E il cliente, si sa, ha sempre ragione.
Nascono così forme sempre più costose e bizantine di difesa amministrativa: la burocrazia si gonfia, la forma prevale sulla sostanza, il costo sostituisce l’efficacia.
Un modello lentissimo, inefficiente, e ormai al collasso. Tutti si amano, ma nessuno è amabile. Tutti si esprimono, ma nessuno ascolta. Il narcisismo, portato all’eccesso, non produce più profitto: genera solo spreco. Le aziende stesse lo stanno comprendendo. L’autocelebrazione non vende più: ora vende la competenza. Da qui l’ascesa di nuovi valori — autenticità, sobrietà, affidabilità — segnali precisi di una transizione verso il mercato della solidità. In linguaggio economico: meno prodotti identitari (“mostra chi sei”), più prodotti strumentali (“fai meglio ciò che vuoi fare”). In linguaggio morale: meno sentimentalismo, più competenza emotiva.
Il marketing della fragilità è alla fine del ciclo. Il prossimo paradigma sarà quello della padronanza personale. Dopo il lavoratore devoto e il cittadino desiderante, emerge l’uomo competente: lucido, regolato, emotivamente stabile. Non è il ritorno a un ordine autoritario, ma l’elaborazione del lutto di una fragilità divenuta sterile.

Se la fragilità non assolve più, allora è tempo di un nuovo racconto: Vi racconto cosa ho fatto per vincere.
Bauman, Zygmunt. Vita liquida.Roma–Bari: Laterza, 2005.
Campbell, Colin. The Romantic Ethic and the Spirit of Modern Consumerism. Oxford: Blackwell, 1981.
Fromm, Erich. To Have or to Be?New York: Harper & Row, 1976.
Han, Byung-Chul. La società della stanchezza. Bologna: Itacalibri, 2010.
Lasch, Christopher. La cultura del narcisismo. Milano: I Colibrì, 1979.
Lipovetsky, Gilles. L’era del vuoto.Milano: Luni, 1983.
Riesman, David. La folla solitaria.Bologna: Il Mulino, 2009.
Weber, Max, con introduzione di Giorgio Galli. L’etica protestante e lo spirito del capitalismo. Milano: Rizzoli, 1991.

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