L’Arte di vivere scientificamente

 

di Lorenzo Speltoni

“Se vogliamo, possiamo avere davanti a noi un continuo progresso in benessere, conoscenze e saggezza. Vogliamo invece scegliere la morte perché non siamo capaci di dimenticare le nostre controversie? Noi rivolgiamo un appello come esseri umani ad esseri umani: ricordate la vostra umanità e dimenticate il resto. Se sarete capaci di farlo vi è aperta la via di un nuovo Paradiso, altrimenti è davanti a voi il rischio di una morte universale.”

 

Molto spesso, fin troppo spesso, è tendenza comune l’essere convinti che tutto ciò che riguarda la gestione del proprio Regno etico – potremmo dire spirituale, ma chi vi scrive ha il grande timore che questo termine possa risultare un fertilizzante fin troppo efficace per la nascita di inutili controversie terminologiche – non debba essere soggetta ad una meticolosa e peculiare osservanza di un metodo così detto scientifico. Questo è falso quanto affermare che il sole è freddo.

Spesso il suddetto fraintendimento nasce dall’idea che tutto ciò che riguarda un’esperienza estatica è creatura partorita dal grembo di quella madre dal volto velato che prende il nome di “Grande Intuizione”, quest’amorevole dispensatrice di saggezza che compare con la rapidità e l’imprevedibilità di un lampo in un cielo sereno. Premettiamo che sì, questa fantastica genitrice e dispensatrice di mirabili ispirazioni esiste, certamente. La grande intuizione può giungere al genio umano nei momenti più impensabili; ciò detto, sarebbe onesto sottolineare che raramente i suoi baci sfiorano la fronte di persone che vivono inconsapevolmente la propria esistenza, ma giungono piuttosto a quel tipo di pensatori che dedicano appassionatamente e costantemente la propria esistenza alla ricerca del senso delle cose. Quello che intendo dire è che il raggiungimento di quei momenti di lucida estasi consapevole giungono come picchi di un moto costante d’impegno nello studio e nella contemplazione misurata e raffinata della propria vita e delle proprie attività, e dunque anche, necessariamente, dei propri pensieri e dei propri comportamenti. Non vi sono Grazie nella ricerca etica e filosofica, così come non vi sono Colpe: dipende tutto da come decidiamo di impiegare il nostro tempo. Nel sistema filosofico – spirituale del Polymathes vi è un motto assolutamente perfetto nel rendere chiara quest’idea:

 

“Il nostro metodo è la Scienza. Il nostro scopo il Sacro.”

La ricerca di Sé non può che seguire un metodo scientifico, che richiede sperimentazione, osservazione, ripetizione e descrizione di ciò che ne risulta. Questo è fondamentale per mantenere un atteggiamento che sia assolutamente asettico, non influenzato dalle aspettative personali, che imputridiscono l’acqua dello stagno in cui decidiamo di specchiarci. Se non si aderisce saldamente alla prassi del metodo scientifico, i cui capi saldi sono Osservazione – Domanda – Ipotesi – Verifica – Analisi – Conclusone – Comunicazione, il risultato non potrà che essere fallace.

Se non si seguono questi presupposti, ahimè, anche nel campo etico l’inevitabile conclusione sarà quella di innamorarci delle nostre idee, scambiando un punto qualunque di un percorso di ricerca – potenzialmente infinito – come l’arrivo, l’ultimo traguardo.

Si finirà, molto probabilmente, con il credere all’oggettività assoluta di un proprio pensiero o di una propria esperienza, e questo è un passo verso l’insidiosissimo e terrificante baratro dell’inferno intellettuale: la stagnazione. L’incapacità di cercare la verità dietro l’illusione della nostra comfort zone mentale. Come la dea Circe convinse Ulisse di aver raggiunto la conclusione del suo viaggio, rendendogli l’idea del suo ritorno all’amata Itaca una fesseria senza valore, così tutti coloro che denigrano i fondamenti dell’analisi spingono sé stessi e gli altri, consciamente o inconsciamente, ad abbandonare la ricerca.  

“Le scienze naturali e l’esperienza mistica del mondo non sono in contraddizione; al contrario, sono complementari, si completano fino alla piena verità e realtà della nostra esistenza.”

 

Le parole del chimico svizzero A. Hofmann sono, a mio avviso, particolarmente pregne di una sincera importanza attribuita all’idea di costruire un’attenta analisi del mondo esteriore così come di quello interiore, al fine di poter plasmare la propria esistenza su dei paradigmi che siano concreti e applicabili, e non solo astratti e teorici.

Da un’altra prospettiva, possiamo dire che è di capitale importanza, per la ricerca di una Vera e Sincera via etica e sacrale, coltivare l’arte del Dubbio. Smorziamo subito il piccolo incendio che percepisco già divampare negli animi di alcuni lettori: il dubbio che ho tirato in ballo non è sinonimo di “sospetto”. La differenza può sembrare ovvia, ma l’esperienza mi ammonisce puntandomi contro il suo saggio indice, e quindi reputo giusto sottolinearne la diversità: il sospetto è generalmente il padre della paranoia, e dalla paranoia non può uscire nulla di buono. Il dubbio che voglio elogiare è invece il padre della curiosità, la base di ogni attività umana. L’arte del dubbio è saper trovare sempre spazio al proprio desiderio di scoperta, alla propria fame di sapere. C’è sempre un Perché più grande di quello precedente. Il vero spirito scientifico è uno spirito avventuriero, incapace di accontentarsi di una condizione fissa ed immutabile. Si può dire che l’Essenza della natura umana è un grande agglomerato di “Perché?”.

 

“Dubita.

Dubita di te stesso.

Dubita anche quando dubiti di te stesso.

Dubita di tutto.

Dubita anche quando dubiti di tutto.

A volte sembra che sotto il consapevole dubbio vi siano delle profonde certezze. Oh uccidile! Ammazza il serpente!”

 

Quando il filosofo inglese A. Crowley scrisse questa poesia (di cui ho riportato solo un piccolo estratto) radunò tutto quello che è il proposito della scienza e lo spalmò, con soave bravura, sulla carta stampata. È il senso del moto creativo che ha sorretto il lavoro di tutti i più grandi sperimentatori del passato, del presente e che sarà valido anche per quelli del futuro, non vi è dubbio.

L’appello che con grande impeto tento di far penetrare attraverso la cortina umida dei vostri occhi – spero umida di emozione, e non per il sonno, se siete giunti a leggere fino a questo punto – e che vorrebbe scavare dentro di voi,  giungendo al centro attivo della vostra coscienza, è quello di combattere con grande furore contro la tendenza, che incancrenisce la bellezza del pensiero, ad accostare la ricerca spirituale (mi arrendo alla necessità di utilizzare questo termine, riponendo fiducia nella vostra benevole intelligenza) ad un atteggiamento sciatto, superficiale, qualunquista, che porta all’errata e pericolosa conclusione che scienza e sacro non possano convivere nella mente di una persona saggia. Questo equilibrio di opposti complementari è la ricetta di un percorso reale, sano, che non venda metodi capaci di null’altro se non far perno sulle debolezze e le illusioni, sui bisogni psicologici irrisolti di chi cerca una strada nella selva della vita. Senza la granitica struttura del “metodo della scienza” il rischio di innamorarsi di fantasmi ideologici è incalcolabilmente alto; si seguiranno dei fuochi fatui di metafisica natura, che fondano la loro essenza sul vuoto abisso della fede, una trappola terribilmente moralistica, una velenosa consolazione.

Essere onesti nei confronti della Realtà. Questo è ciò che un Ricercatore dovrebbe imporsi. L’implacabile esercizio della Filosofia del Reale, scienza dello spirito, del Proprio spirito, unica, personale, non duplicabile. Un terremoto idealistico; quel tipo di pensiero di natura simile a comete di luce e fuoco che i grandi Re della Riflessione scagliarono, dal passato, oltre il tempo e lo spazio.

“Diogene di Sinope pensa che la filosofia debba turbare il placido impiantarsi dell’abitudine: essa appare aperta a tutti, democratica e funzionale ad una vita buona. <A colui che gli diceva: – Non sono adatto alla filosofia -, replicò: – E perché allora continui a vivere, se non ti importa di vivere bene? ->

La filosofia divenuta autentico esercizio di saggezza, rappresenta l’aiuto più valido nell’edificazione di una vita piena e felice. La lezione di Diogene non ambisce alla complicatezza di un sistema, alla pienezza rotonda di un universo di risposte: il sapere filosofico torna, così, ad essere autenticamente ricerca, tentativo di fondazione del senso nella palude dell’effimero.”

 

La ricerca della Verità purificata dalla tentazione di cedere alle risposte semplici. La strada verso la comprensione di sé e del mondo fuori di sé. La via verso la perfetta felicità.

 

 

“…Tum nihil melius illis mysteriis, quibus ex agresti immanique uitaexculti ad humanitatem et mitigati sumus, initiaque, ut appellantur, ita re uera principia uitae cognouimus, neque solum cum laetitia uiuendi rationem accepimus, sed etiam cum spe meliore moriendi…”

 

Lascia un commento