Dopo Bergoglio: teologia e geopolitica

Con la morte di papa Francesco, la Chiesa cattolica entra in una fase di ridefinizione strutturale che coinvolge non soltanto l’ambito ecclesiale, ma anche le relazioni tra religione e potere nel contesto globale. Il pontificato di Jorge Mario Bergoglio ha rappresentato, sotto molti aspetti, una frattura rispetto alla tradizione recente, in particolare sul piano dell’autorappresentazione istituzionale e dell’orientamento geopastorale.

Nel corso del decennio bergogliano, si è progressivamente affermato un paradigma ecclesiale che ha ridotto la centralità euro-romana a favore di un’attenzione costante alle periferie geografiche e simboliche del mondo. Tale decentramento ha avuto una duplice valenza: pastorale e strategica. Da un lato, ha cercato di restituire visibilità alle Chiese locali, con particolare enfasi su America Latina, Africa e Asia. Dall’altro, ha implicitamente contrastato la deriva identitaria e ultraconservatrice che, in particolare nell’area anglofona, ha assunto tratti sempre più militanti e polarizzati.

Il prossimo conclave si presenta dunque come un momento di possibile discontinuità, a partire da una contraddizione interna: la maggioranza dei cardinali elettori è stata nominata da Francesco, ma non necessariamente secondo una linea coerentemente progressista. In molti casi, le nomine hanno premiato figure periferiche in senso geografico, ma portatrici di una visione ecclesiale fortemente tradizionalista, specialmente in ambito morale e dottrinale.

È plausibile ipotizzare che il profilo del successore sarà determinato più dalla necessità di ricomposizione interna che da un reale slancio riformatore. L’ipotesi di un papa apertamente reazionario – sostenuto da correnti nordamericane o africane – non è da escludere, ma potrebbe risultare eccessivamente divisiva in una fase ancora instabile. Più verosimile appare una figura di transizione, capace di contenere le spinte centrifughe senza rinunciare del tutto all’impianto simbolico costruito da Francesco.

Il ruolo dell’Europa, pur residuale in termini numerici, potrebbe tuttavia riaffermarsi come fattore di equilibrio. L’elemento europeo continua a incarnare, agli occhi di molti porporati, una visione della Chiesa come soggetto culturale e diplomatico, più che come bastione identitario. La possibilità di un candidato europeo, o comunque formato in ambito teologico europeo, non è da scartare del tutto se l’obiettivo del conclave sarà la stabilità anziché la rottura.

In ogni caso, ciò che si deciderà nei prossimi mesi va oltre l’orizzonte strettamente ecclesiastico. Il cattolicesimo romano, nel contesto della multipolarità globale e della crisi delle democrazie liberali, conserva un peso simbolico e geopolitico tutt’altro che trascurabile. La domanda di fondo resta aperta: sarà ancora capace di agire come spazio critico e metapolitico, oppure verrà assorbito dalle dinamiche di polarizzazione che attraversano anche il campo religioso?
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Per ampliare la riflessione

Evangelii Gaudium, Esortazione Apostolica, Francesco, 2013. In particolare, §§ 20–32 sul “primato delle periferie” come chiave di lettura ecclesiale.

Gerard O’Connell, The Election of Pope Francis: An Inside Account of the Conclave That Changed History, Orbis Books, 2019

Le vostre riflessioni?

Corinna è autrice e ricercatrice indipendente. Ha pubblicato diversi saggi sul rapporto tra potere, simboli e religione, con uno sguardo sempre critico e non allineato. È direttrice del Centro Studi e Ricerche C.T.A.102, progetto di divulgazione storico-culturale seguito da una solida community di lettori e ascoltatori.

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