Nella Bottega di un Teurgo

Viaggiando all’origine della storia della magia occidentale, dobbiamo fermare i nostri passi all’incontro con i cosiddetti Papiri Magici Greci – un vasto gruppo di scritti, difforme per datazione (parliamo di secoli) e contenuto, il cui nucleo originario proviene dell’area greca dell’Egitto.  

Questi papiri contengono formule e rituali atti ad ottenere vari scopi. Taluni papiri, fra l’altro, sembrano essere quanto rimane di opere più vaste e sistematiche. 

Dall’analisi di queste testimonianze fondamentali possiamo scoprire tantissimo su come fosse intesa la figura del mago fra la fine dell’età classica e l’inizio del Medioevo. Ad esempio, quali erano gli strumenti, le armi magiche, usate da un mago e dov’erano custodite? 

Di cosa si serviva il mago per compiere la divinazione – una pratica che, come testimonia lo stesso Sinesio, necessitava di tanti strumenti specifici?

Per rispondere a queste domande potremmo, ad esempio, considerare, fra i citati Papiri Magici, il cosiddetto PGM IV 2006-2139 che ci introduce letteralmente nell’antro di un magista, colmo di strumenti, pietre, pozioni e utensili di scrittura:  σκεύη  è il termine greco impiegato, proprio con il significato dell’insieme degli strumenti che costituiscono, per così dire, l’equipaggiamento del mago.

Dunque, se fossimo entrati nella bottega di un Mago, avremmo innanzitutto potuto sentire l’odore delle resine, ad esempio della Mirra e dell’incenso, che ci avrebbe accompagnato all’ incontrato con una piccola o grande raccolta di libri: possiamo immaginare qualche scaffale che contenesse non solo testi di carattere tecnico ma anche filosofico-religioso. 

Ci sarebbe stata poi una piccola cantina o una zona dove conservare al buio erbe, carni e infusi.  Ci sarebbero stati dunque e sicuramente dell’Alloro, rami di Ulivo, fibre di Palma, foglie di papiro, spighe, semi di papavero. Poi forse peli di cani, serpenti essicati o lucertole, teste di gallo e gallina.  Raccolti, fra le dispense, avremmo trovato succo di Aneto, Aconito, Elleboro, succo di rapa…[1]

In un’altra area della bottega vi sarebbe stata certamente una raccolta di pelli animali e non sarebbe potuta mancare la pelle d’asino a fungere da base per la scrittura di formule, così come lino, foglie di acacia, papiro e quanto occorreva per preparare appositi inchiostri e tinture per disegnare e scrivere.

Segnare formule e preghiere, nomi e immagini divine non è da intendersi come semplice atto di pro-memoria: si trattava di gesti fondamentali per l’esito delle stesse ritualità.

Polvere di bronzo e di oro, ad esempio; sangue secco e polverizzato di animali; ocra rossa; succhi vegetali potevano servire per creare inchiostri adeguati: la pratica della scrittura rituale era importantissima, così importante da superare, forse, la famosa arte di pronunciare le formule magiche e gli “impronunciabili” nomi esotici delle Divinità.  

Le scritture, infatti, rendevano durature nel tempo tali formule o preghiere e, per questo, dovevano essere ritualizzate attraverso la preparazione di specifici inchiostri e supporti – di volta in volta, da adattare allo scopo. Perciò, la composizione (come il materiale) cambiava a seconda non solo dell’analogia simbolica con il rito (ad esempio, l’impiego del rosso aveva un valore fortemente apotropaico) ma anche a seconda del colore che la ricetta produceva.

Non sarebbe dunque potuta mancare, nella bottega del Mago, anche un’adeguata selezione di strumenti come pennelli o canne di giunco.

Più in generale, il Mago avrebbe avuto bisogno di diversi bacili, vasi e contenitori per raccogliere acqua, mettere in infusione i suoi preparati, mescolare gli inchiostri, macinare le resine e conservare gli olii, come il fondamentale olio di oliva. I contenitori più grandi sarebbero stati posati a terra e i più piccoli sarebbero stati riposti sugli scaffali o sul tavolo di lavoro.  

Non sarebbero poi mancati tripodi, bracieri e lampade da dipingere con i colori adeguati al rito o sui quali, ancora una volta,  incidere nomi e formule.

Il Mago si sarebbe poi dovuto procurare stoffe (ad esempio, lino rosso o bianco), anelli e materiali in pelle, fibra o metallo (in particolare, magnetite, agata, calcedonio, cristallo di rocca, malachite…) per la realizzazione di amuleti o talismani. 

Dal greco telesma, che significa “rituale”, un talismano è un oggetto sul quale, per svariate ragioni – personali o collettive e perciò soggettive oppure tradizionali – è proiettato il sacro. L’oggetto non è dunque più quell’oggetto: perde il suo senso e la sua eventuale funzione per trasformarsi in un simbolo e dunque in un catalizzatore di pensieri, concetti ed emozioni. E’ dunque profondamente errato guardare a un talismano e ritenere che l’oggetto che assurge a tale funzione sia l’elemento fulcro del rito o della credenza che vi è associata. Non è il sasso a essere venerato o il ferro di cavallo in sé ad allontanare il male e propiziare la buona sorte bensì – come ben ricorda Mircea Eliade – ciò che quell’elemento evoca. In origine, dunque, il talismano era innanzitutto una ierofania, ovvero una manifestazione del divino. Anche la concezione di Amuleto è antica: l’amuleto è quel tipo di talismano specificatamente deputato ad allontanare il male; il suo nome deriva infatti dal greco “amulion”, che indicava un’offerta alimentare per placare gli dèi ed attirare il loro favore.[2] A testimoniare l’ancestrale origine di queste concezioni è il loro legame con il dio Efesto:  secondo Guidorizzi, alcune caratteristiche estreme di questo nume, quali la deformità o l’incontinenza sessuale, rappresentano proprio forme di celebrazione apotropaica di “uno stato di buon umore (…) costruito su forme molto elementari di comicità, capace però di interrompere uno stato di cupa passività e perciò adatto a evocare forze positive contro la presenza di occulte energie ostili”. [3]

Anche in questo caso, troveremmo certamente del lino, ferro (magari derivato da ceppi), Magnetite (che proteggeva dalle liti) e Galattite, quindi piombo, aghi, ossa ma anche gemme più o meno preziose, tipiche della pratica magica del periodo tardo-antico. Sulle gemme avremmo potuto trovare raffigurazioni piuttosto curiose come uomini con la testa di leone, con le braccia piegate, dotate di scettri con serpenti o fruste: si tratta, con tutta probabilità, di re-interpretazioni di divinità di origine egizia dalle prerogative solari e quindi particolarmente adatte a fungere da immagini apotropaiche. 

Al celebre Chnoubis rimandano, ad esempio, le immagini di serpenti leontocefali, particolarmente adeguati a scolpire l’agata muschiata: si tratta di una divinità di matrice egizia legata al Leone e in particolare ai Decani che, tre per segno, governavano la cerchia zodiacale. Un simile amuleto poteva essere impiegato anche per allontanare i dolori di stomaco. 

Anche il classico Gorgoneion – la testa di Medusa la Gorgone, recisa da Perseo – continua a presentarsi come immagine legata alla necessità di allontanare malattie e sciagure e quindi avremmo certamente trovato anche questo tipo di rappresentazione all’interno della bottega del Mago.

Ecco dunque cosa si sarebbe potuto realizzare con simili strumenti per ottenere, ad esempio, rivelazioni sul futuro dall’anima di un defunto: si sarebbe potuta prendere una pelle d’asino, dipinta con polvere di bronzo, da far seccare al buio e sulla quale si sarebbe poi dovuta incidere l’immagine del dio leontocefalo; la pelle sarebbe poi stata stesa presso l’uscio di casa, all’esterno, in direzione opposta al sole; si sarebbe poi dovuta prendere una ampia foglia di lino, dipinta in polvere d’oro e sangue essicato, sulla quale l’operatore avrebbe disegnato Ecate (nella tarda forma tricorpore, con le torce nelle braccia, le teste  di vacca a destra, di fanciulla al centro e di cane a sinistra)accompagnata da una formula da incidere in senso circolare, formata da dodici lettere con inchiostro fatto di ocra rossa, mirra, succo di artemisia cruda e, infine, si sarebbe preso un papiro sul quale rappresentare Osiride.   Anche l’antico dio Osiride, infatti, si presenta come immagine estremamente diffusa, soprattutto nella sua funzione di nume che tutela l’Aldilà e quindi particolarmente integrabile nell’ambito di un rituale divinatorio necromantico. 

Si sarebbero poi potuti realizzare amuleti o talismani medicali, specificatamente prodotti per guarire o prevenire la malattia: a leggerli ci s’imbatte nuovamente in quel crogiolo di dèi; usi e riti che è la magia dell’epoca tardoantica.[4] Si trovano formule e da preghiere  che spaziano dai numi più antichi fino a Cristo; IAO o il dio magico Abraxax.[5]

Ad esempio in uno fra questi si legge la formula d’invocazione ad Abrasax: “Vieni in aiuto alla piccola Sofia (…) Rendi innocue le cose che attaccano la piccola Sofia (è un demone, rendilo innocuo”.[6]

Naturalmente, quanto abbiamo raccontato non esaurisce il panorama vastissimo di oggetti, strumenti, piante, minerali e quanto altro potesse affollare la bottega ideale di un Mago del periodo tardo-antico ma si tratta certamente di una panoramica interessante che dischiude le porte di un mondo poco conosciuto. Si tratta di un universo davvero complesso, che nasce dall’incontro fra diverse culture e che, in realtà, dalla casa del Mago coinvolge la cultura popolare e si diffonde ampiamente e per secoli attraverso l’impiego di rituali propiziatori, amuleti…una sfilata di simboli, parole, gesti, preghiere che si intrecciano a disegnare i contorni di un ampio momento di passaggio nella storia occidentale.

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LA STORIA INFINITA: ANALISI FILOSOFICA ED ESOTERICA

H.D. Betz (a cura di), The Greek Magical Papyri in translation, Chicago 1986.

M. Monaca, A scuola di Magia. Gli strumenti del mago tra papiri e gemme: rileggendo il OGM IV 2006-2013 in: E. Suarez, M.Blanco, E.Chronopoulou, I.Canzobres, Magike Tèchne, Formacìon y consideraciònes social del mago en el Mundo Antiguo, Clàsicos Dykinson, Ministero Epanol de Economìa y Competitividad; Madrid, 2017.

Per approfondimenti: https://www.museopapirologico.eu/pdf/sn/capasso-papiri%20magici.pdf


[1] Cf. PMG XII 401-444

[2] O forse dal verbo “amuno”, col significato di difendere e proteggere.

[3] G. Guidorizzi,La trama segreta del mondo; p.81 ss.

[4] Vd. Atti della Giornata internazionale di studio – Riflessioni sulla tarda antichità. In ricordo di Tommaso Marciano; settembre 2013.

[5] O, a seconda dell’occasione, Abrasax e ancora Abarasax.

[6] PMG, LXXXI

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